GENOVEFFA E L'AMORE AL CROCIFISSO

 L’immagine di Genoveffa è legata al dolore e al silenzio;era una donna che soffriva, una donna di Dio.

 “Quando il Signore vuole servirsi di qualcuno comincia spesso per ridurlo a uno zero” – così la Venerabile Marthe Robin, mistica francese che aggiunge: “Non bisogna guardare la Croce, ma Gesù sulla Croce”.

“Il prototipo, l’esemplare su cui bisogna rispecchiarsi e modellare la vita nostra è Gesù Cristo, ma Gesù ha scelto la croce e perciò egli vuole che tutti i suoi seguaci devono battere la via del calvario, portando la Croce per spirarvi su di essa.

Solo per questa strada si perviene alla salvezza”. (S. Pio da Pietrelcina)

L’icona del Crocifisso, infatti, ci dice tutto quanto vogliamo sapere sul dolore, sulla morte e sull’amore che salva.

Genoveffa ha percorso il suo itinerario terreno, gravata dalla pesante croce della sofferenza, illuminata dalla cosciente partecipazione alla Passione di Cristo, per completare ciò che ad essa manca a vantaggio di tutta la Chiesa (cfr Col 1,24).

Affermava: “Saper soffrire vuol dire saper amare Gesù;la mia lettura, il mio libro, il mio maestro è solo il Crocifisso”.

L’amore a Cristo sofferente diventava amore per i fratelli, soprattutto sofferenti e bisognosi nello spirito e nel fisico.

“Il giorno sono a disposizione delle anime che mi manda Gesù …; la notte tutta per Gesù, a pregare e soffrire con Gesù”.  

La sua carità spirituale era aperta a ogni sofferenza, pur di giovare alle anime e salvare molti peccatori.

“Sempre unita a Gesù Crocifisso”, è il segreto della straordinaria eroica testimonianza cristiana di Genoveffa che ha potuto scrivere nei suoi pensieri ascetici: “Nel costato di Gesù Crocifisso ho posto la mia vita”.

Genoveffa aveva una grande devozione verso la Passione del Signore.

Le sue indicibili sofferenze le univa a quelle di Nostro Signore per la salvezza delle anime.

Per Genoveffa, nelle sue sofferenze, il Signore era tutto.

11/06/2016                

                                                                                                                                                                                          (15. continua)

 

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LA VOCAZIONE DI GENOVEFFA

Solo da una lettura della perizia medica del medico curante si possono comprendere le inaudite sofferenze che sopportò Genoveffa.

Eppure in tanto  strazio mai un lamento, ma una sempre  maggior sete di sofferenza: era sempre pronta a lenire i dolori altrui.

Le terribili malattie avevano ridotto il suo povero corpo a un troncone dolorante, dal quale si staccavano pezzettini di ossa e di carne.

-“Tu non guarirai”-

-“Sia fatta la volontà di Dio”-

Era l’abituale espressione in risposta di Genoveffa.

L’adesione alla volontà di Dio ricorre anche con molta frequenza nelle lettere :

 “Gesù ha voluto così”; “ Dio ha disposto così”;

“Sia fatta la sua santa volontà”;

“ Sopporto i martirii e le mie sofferenze… per alleggerire la croce di Gesù”.

La conformazione a Cristo comporta la partecipazione all’azione redentiva ,e questo è un altro aspetto caratteristico  della vocazione di Genoveffa: “ Mi sento felice di fare questa vita per poter salvare l’umanità da tanti peccati”.

L’adesione alla volontà di Dio è il pilastro su cui poggia tutto il suo edificio spirituale.

In un altro suo scritto: “Le mie sofferenze e i miei martirii aumentano giorno per giorno; ma ciò nonostante Gesù mi dà la forza di sopportarli e di pregare per tutti quelli che non vogliono o non possono pregare”.

Il suo letto diventa una cattedra di rassegnazione e di uniformità alla volontà di Dio e un cenacolo di preghiera.

(14 – Continua)

13/05/2016

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GENOVEFFA E LA PREGHIERA

 La preghiera è stata la fonte da dove Genoveffa ha attinto l’acqua per annaffiare e far fruttificare la sofferenza.

“È necessario pregare perché come l’acqua è necessaria alle piante per non seccarsi, così l’orazione è necessaria a noi per non perderci.”

La preghiera è fonte di grazia.

Se pensiamo che per quasi 50 anni giacque immobile a letto, immersa in sofferenze  e dolori indicibili, l’eroismo che dimostrò nel sopportarli, con serenità e in unione permanente alla volontà di Dio, non possiamo attribuirlo al solo sforzo della sua volontà ma certamente a una grazia speciale del Signore.

Spesso soleva dire, infatti: “Così vuole Gesù, come vuole Gesù”.

Genoveffa è un invito alla preghiera: incessanti erano i suoi inviti alla preghiera, perché – si legge nei suoi scritti- “quando si prega si ottiene tutto” anche con la sofferenza e la penitenza.

La Venerabile ella stessa assicurava preghiere per ottenere grazie, privilegiando tutti coloro che erano angosciati e sfiduciati anche per le tante avversità.

Genoveffa è un richiamo alla virtù.

La vita di Genoveffa è stata tutta un miracolo, un martirio ininterrotto, e una testimonianza del fascino che esercitò la sua virtù: la gente accorsa da lei ha dato prova di credere ancora (di questi tempi) alla santità.

La sua elevazione agli altari avrebbe particolare rilievo nei tempi attuali, caratterizzati da edonismo pervasivo, poiché segna la permanente centralità della Croce di Cristo per ogni autentico umanesimo.

Darà speranza al cammino cristiano di tanti sofferenti facendo loro scoprire il carattere redentivo dell’umano dolore quand’è vissuto “in unione a Gesù Crocifisso”.

15/04/2016

(13 – Continua)

 

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GENOVEFFA, DONNA DI FEDE E DI SPERANZA

Il mistero della vita di Genoveffa ha alla sua base la Fede e, accanto a questa, la Speranza di conseguire la vita eterna, che Genoveffa indicava a quanti l’avvicinavano come la meta suprema. Lo sguardo sempre rivolto al crocifisso, a Gesù crocifisso, e unicamente da qui attingeva la forza per sopportare ogni sofferenza, gli atroci dolori fisici, la sua malattia.

 

Non si può capire né spiegare il grande amore alla sofferenza di Genoveffa senza inquadrarlo nella virtù della Fede, di cui diventa realtà vivente e operante. A Genoveffa il Signore ha fatto dono di una Fede abbagliante, di una maternità spirituale tenerissima, di una generosità di immolazione la cui misura fu di essere senza misura.

Era la Fede che cercava la sofferenza; sicché Genoveffa chiedeva nuovi dolori. La Fede era il fondamento della sua vita, da questa nasceva la forza della sua esistenza. Soleva ripetere a chi cercava conforto: “Abbiate fede e tutto si risolverà”. Una sofferenza eroicamente sopportata per amore di Gesù, richiama ed esige necessariamente una Fede altrettanto eroica. “Flagellata” da capo a piedi, i dolori erano impossibili da sopportare senza la forza della Fede. La virtù della Speranza non aveva alcunché di presunzione, ma si basava soprattutto nell’azione salvifica del Signore.

01/03/2016

(12 – Continua)

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GENOVEFFA E IL DONO DELLA SOFFERENZA

Dio ha chiamato Genoveffa a santificare la sofferenza: adempiere la volontà del Signore che la vide vincolata all’esperienza del dolore, nella consapevolezza che solo amando Cristo nei suoi patimenti potrà ottenere il premio eterno.

Ecco perché per lei ogni sofferenza è un dono e come tale l’accoglie.

La sua è un’accoglienza (della sofferenza) riparatrice per le offese recate dagli uomini a Dio.

Genoveffa invocava sempre più la sofferenza per essere una cosa sola con Gesù Crocifisso.

Fin da piccola ebbe la consapevolezza di essere destinata ad una grande missione, dolorosa, difficile ma esaltante, quella, cioè, della sofferenza, per cui l’accettazione è senza riserve, anzi invoca ulteriori prove per stendersi, ancor di più, come le raccomandava P.Pio, sulla Croce.

Genoveffa pregava e ringraziava Dio per il “dono” delle numerose piaghe che le provocavano grandi dolori.

Non mancava di indicare a tutti coloro che la visitavano le vie più sicure per pervenire alla perfezione.

Genoveffa costituì un qualificante punto di riferimento, una autentica “cattedra” da cui veniva un alto insegnamento per superare la rassegnazione e ottenere il dono della speranza.

Il suo letto si trasforma in croce, ma anche in cattedra vivente nell’imitazione di Gesù Cristo.

La sofferenza e la contemplazione della Passione del Signore la trasformarono – da illetterata – in una maestra spirituale.

La vita di Genoveffa fu un inesausto bisogno di “soffrire e offrire”.

Genoveffa diceva che con la sua sofferenza intendeva partecipare alla Passione del Redentore per la salvezza delle anime.

In una lettera: “Sono sessant’anni che il Signore mi ha dato il dono di soffrire per l’umanità…”.

Soffro e voglio soffrire ancora e le mie sofferenze dedico al Signore”.

Genoveffa ripeteva: “Questa è la mia vita: pregare, soffrire, offrire”.

02/02/2016

 

(11 – Continua)

 

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IL NATALE DI GENOVEFFA

Una data che per Genoveffa non passava inosservata. Era per tutti il giorno di festa, la nascita del Redentore e anche per lei Gesù nasceva accanto al suo lettuccio di dolore, in un piccolo presepe che lei stessa preparava e mostrava con gioia a tutti quanti la visitavano.

Era questo il giorno in cui quella creatura pareva dimenticasse le sofferenze che l’affliggevano e tutta lieta e contenta, vestita a festa nel candore della mantellina che la ricopriva e del lettuccio che era sua abituale dimora, parlava di Gesù e mostrava a tutti il Bambinello che persone amiche le avevano donato.

Il Santo Natale era soprattutto per Genoveffa il giorno dell’amore e della carità verso gli indigenti, specialmente per i bambini orfani e derelitti.

Ritrovo nel mio ricordo le non poche raccomandazioni e filiali insistenze che mi faceva perché nella distribuzione dei pacchi di beneficenza, soliti a farsi dalle nostre Terziarie per la festa di S. Elisabetta, e dai giovani pure Terziari alla mia direzione, non dimenticassi di riservare a lei povera e ammalata uno o due pacchi viveri.

Con paterno assenso e ben volentieri accoglievo la sua richiesta, sapendo con certezza che con quei pacchi viveri Genoveffa niente o poco riserbava per sé, ma tutti distribuiva nel Santo Natale a coloro che ricorrevano alla sua povertà che si tramutava in ricchezza e sollievo per i bisognosi.

La giornata del Santo Natale era per la sua anima una festa di preghiera e di solitudine, a cui si aggiungeva la tenerezza del suo cuore distribuendo non solo parole di conforto a tutti, ma specie ai bambini, quei dolciumi e ninnoli che la generosità della sua Famiglia Spirituale aveva fatto affluire al suo lettuccio. Mi elencava poi le soddisfazioni ricevute per tutto il bene compiuto nella festa di Gesù Bambino.

Su questa via di luce di preghiera e di carità  generosa vorrei che gli aderenti alla Famiglia Spirituale di Genoveffa ispirassero la loro giornata del Santo Natale.

P. Angelico da Sarno

 

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IL PRESEPE

Il primo presepe lo ideò san Francesco d’Assisi nel 1223, in una grotta di Greccio, nel Reatino.

Francesco voleva che tutti nel Natale del Signore, fossero felici come lui; e non solo gli uomini, ma anche gli uccelli e tutti gli animali. Quanti vissero con lui  ricordavano che egli affermava: “Se potessi parlare con l’imperatore, lo supplicherei e lo convincerei a fare una legge speciale: nel giorno di Natale, si gettino frumento e altri cereali per le strade, fuori dalle città, affinchè le sorelle allodole e gli altri uccelli abbiano da mangiare in un giorno tanto solenne. E per riverenza verso il Figlio di Dio, che quella notte la Vergine Maria depose in una greppia tra il bue e l’asino, chiunque abbia bue e asino sia obbligato a fornire loro generosamente delle buone biade.

Così pure che quel giorno tutti i poveri abbiamo in dono dai ricchi copiose, ottime vivande”

 

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IL PRESEPE DI GRECCIO

A questo proposito è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte a Greccio, il giorno del Natale del Signore nostro Gesù Cristo.

C’era in quella contrada un uomo di nome Giovanni, di buona fama e di vita anche migliore, ed era molto caro al beato Francesco perché, pur essendo nobile molto onorato nella sua regione, stimava più la nobiltà dello Spirito che quella della carne.

Circa due settimane prima della festa della Natività, il beato Francesco, come spesso faceva, lo chiamò a sé e gli disse: “Se vuoi che celebriamo a Greccio il Natale di Gesù, precedimi e prepara quanto ti dico: vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia  e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”.

Appena l’ebbe ascoltato, il fedele e pio amico se ne andò sollecito ad approntare nel luogo designato tutto l’occorrente, secondo il disegno esposto dal Santo.

 

E giunge il giorno della letizia, il tempo dell’esultanza. Per l’occasione sono qui convocati molti frati da varie parti; uomini e donne arrivano festanti dai casolari della regione, portando, ciascuno secondo le sue possibilità, ceri e fiaccole per illuminare quella notte, nella quale s’accese splendida nel cielo la stella  che illuminò tutti i giorni e i tempi.

Arriva alla fine Francesco, vede che tutto è predisposto secondo il suo desiderio, ed è raggiante di letizia.  Ora si accomoda la greppia, vi si pone il fieno e vi si introducono il bue e  l’asinello.

In quella scena commovente risplende la semplicità evangelica, si loda la povertà, si raccomanda l’umiltà.

Greccio è divenuto come una nuova Betlemme.

Questa notte è chiara come pieno giorno  e dolce agli uomini e agli animali! La gente accorre e si allieta di un gaudio mai assaporato prima, davanti al nuovo mistero.

La selva risuona di voci e le rupi imponenti echeggiano  i cori festosi. I frati cantano scelte lodi al Signore, e la notte sembra tutta un sussulto di gioia.

Il Santo è lì estatico di fronte al presepio, pieno di sospiri, lo spirito vibrante di compunizione e di gaudio ineffabile. Poi il sacerdote celebra solennemente l’Eucaristia sul presepio e lui stesso assapora una consolazione mai gustata prima.  

Francesco si è rivestito dei parametri diaconali, perché era diacono, e canta con voce sonora il santo Vangelo: quella voce forte e dolce, limpida e sonora rapisce tutti in desideri di cielo. Poi parla al popolo e con parole dolcissime rievoca il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme. 

Spesso, quando voleva nominare Cristo Gesù, infervorato di amore celeste lo chiamava il “Bambino di Betlemme”, e quel nome “Betlemme” lo pronunciava riempiendosi la bocca di voce e ancor di più di tenero affetto, producendo un suono come un belato di pecora. E ogni volta che diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.

Vi si manifestano con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, uomo virtuoso, ha una mirabile visione. Gli sembrava che un bambino giacesse privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicinava e lo destasse da quella specie di sonno profondo.

Né la visione prodigiosa discordava dai fatti, poiché il fanciullo Gesù, che era stato dimenticato nel cuore di molti, per grazia di lui, veniva risuscitato attraverso il servo suo, san Francesco, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria.

Terminata quella veglia solenne, ciascuno tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia.

(FF 468 – 470)

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IL NATALE DI CHIARA

Anche Chiara ebbe un suo Natale straordinario., quello del 1252, l’ultimo che celebrò sulla terra.

Ma l’iniziativa non è stata sua, come fu , invece, di Francesco a Greccio.

Chiara giace inferma sul suo giaciglio “mentre il mondo giubila con gli angeli per il Bambino appena nato e tutte le donne si avviano per il mattutino al luogo della preghiera, lasciando sola la madre gravata dalle infermità”.

“E avendo cominciato a pensare a Gesù piccolino e a dolersi molto di non poter partecipare al canto delle sue lodi, sospirando gli dice: “Signore Iddio, eccomi qui lasciata sola per Te!”. Ed ecco, all’improvviso, cominciò a risuonare alle sue orecchie il meraviglioso concerto che si faceva nella chiesa di San Francesco. Udiva i frati salmeggianti nel giubilo, seguiva le armonie dei cantori, percepiva perfino il suono degli strumenti. Il luogo non era affatto così vicino da consentire umanamente le percezioni di quei suoni: o quella celebrazione solenne fu resa divinamente sonora fino a raggiungerla, oppure il suo udito fu rafforzato oltre ogni umana possibilità. Anzi, cosa che supera questo prodigio di udito, ella fu degna di vedere perfino il presepio del Signore”. (FF 3212)

                                                                                                                                                            ***

Il più celebre canto natalizio di origine italiana è “Tu scendi dalle stelle”. L’autore del testo e  della musica scritti per il Natale 1754 è sant’Alfonso de’ Liguori.

Egli era giunto a Nola per predicarvi una missione natalizia. Era stato ospitato presso la famiglia Zambarelli e un pomeriggio sant’Alfonso, proprio dinanzi ad un grazioso presepio che i ragazzi avevano costruito nel salotto, si mise a scrivere di slancio alcune strofe  di una canzone.

Trovò subito anche un bel tema musicale, che lui stesso sperimentò sul clavicembalo. Il suo dolce canto richiamò l’attenzione degli ospiti che si accostarono alla soglia della porta socchiusa, scoppiando poi in un cordiale applauso.

Nel pomeriggio, quando salì sul pulpito della cattedrale di Nola, sant’Alfonso non fece una predica tradizionale, ma cominciò a cantare egli stesso la sua composizione “Tu scendi dalle stelle,/ o Re del Cielo,/ e vieni in una grotta al freddo e al gelo./ O Bambino mio divino io ti vedo qui a tremar./ O Dio Beato./ ahi quanto ti costò l’avermi amato”

I nolani che affollavano la cattedrale s’impadronirono subito del tema alfonsiano e lo ripeterono per le strade e tra le pareti domestiche. La musica e le parole vennero presto largamente divulgate. Era nata così la “più famosa pastorale degli ultimi due secoli della letteratura italiana.”

 

AUGURI A TUTTI!!!

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                           GENOVEFFA, TESTIMONE LAICA DI SOFFERENZA

Principio ispiratore e sostenitore della sua sofferta immolazione era la perfetta totale sua adesione al divino volere: “lo vuole Gesù”.

L’amore a Cristo sofferente diventava amore per i fratelli, ma specialmente quelli “più bisognosi nell’anima e nel corpo”.

Le sue parole infondevano luce e conforto nelle più disparate condizioni, ridonando a tutti la pace e la serenità dello spirito: una mirabile forma di apostolato svolta dal letto dei suoi dolori, che fa ritrovare ai cuori sofferenti la forza di vivere, di sperare e di amare.

Genoveffa costituisce un modello di come si possa compiere l’esercizio eroico della santità nelle condizioni che agli occhi del mondo potrebbero forse sembrare assurde, e che di certo risultano le più difficili: di come cioè si possa portare, su un letto di dolori, il paradiso di una continua unione con Dio; di come si possa parlare efficacemente di uomini, e toccare il loro cuore solo dopo di aver molto parlato con Dio nella preghiera.

Genoveffa si trova pertanto ad essere, nell’attuale società, frenetica nella ricerca delle soddisfazioni del benessere e del godimento, una testimonianza vivente della validità dei valori cristiani della sofferenza e del distacco.

Genoveffa – esempio mirabile di un perfetto equilibrio evangelico, in stabile bilico tra l’amore alla vita e la disponibilità alla morte –,  continua a compiere una missione di testimonianza e di bene, che non si è esaurita con la sua vicenda terrena, concretizzando una attualità che diventa messaggio per chiunque voglia prendere coscienza nella perenne attualità della “sapienza della croce”.

La glorificazione di Genoveffa sarebbe una luminosa conferma di quanto ha affermato il Concilio Vaticano ”sulla universale vocazione alla santità, essendo Genoveffa vissuta non in una comunità religiosa, ma nello stato proprio dei laici nel mondo”. (Mons. Paolo Carta)

La sua glorificazione sarà di grande utilità per la Chiesa proprio in questo tempo di consumismo e di frenetica ricerca di soddisfazioni terrene e può essere di modello e di stimolo e rivivere in pienezza il Vangelo e sia destinata ad esercitare un benefico influsso sui cristiani in generale e persino sulle persone consacrate a Dio nella vita religiosa.

Dalla glorificazione di Genoveffa potrà derivare un messaggio eloquente per la redenzione dell’uomo.

Genoveffa può costituire un qualificante punto di riferimento, una autentica “cattedra” da cui viene un alto insegnamento, per superare la rassegnazione e ottenere il dono della speranza.

24/11/2015

 

(10 – Continua)

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“Signore mandami maggiori dolori; voglio salvare molte anime”.

Questa espressione sovente la Venerabile Genoveffa De Troia ripeteva con spontaneità e semplicità.

Come poteva Genoveffa, che tanto soffriva,chiedere, come grazia particolare, ancora nuovi dolori per sé e maggiore sollievo per i fratelli? Una sola è la risposta: Genoveffa amava: era piena di carità per Cristo.

L’amore cristiano la illuminava, infervorava il suo cuore, la spingeva con ardore a donarsi per il bene di quanti erano nel bisogno. Amava senza condizioni,senza riserve; Genoveffa aveva capito l’essenza dell’amore. Vedeva nel povero, nel bisognoso, nel prossimo sofferente la reale presenza di Cristo.

Genoveffa aveva capito il vero significato delle parole di Gesù : “ Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere…”, per cui ogni parola o azione rivolta o fatta al prossimo raggiunge Cristo, e tramite Lui raggiunge Dio.

***

Questo amore deve invadere il nostro cuore, con questo amore dobbiamo operare, se veramente vogliamo realizzare le opere che tanto stavano a cuore alla Venerabile.

Genoveffa ci ricorda il comandamento dell’amore, ci impegna nell’amore totale verso Dio e verso il prossimo, e ci vuole uniti a Lei nella comune appartenenza a Cristo, fonte di unione e di amore.

 03-11-15      

9 - continua

 

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SOFFRIRE E OFFRIRE

L’umiltà e la donazione sono virtù che hanno caratterizzato la vita di Genoveffa.

Genoveffa, invero, non solo ha accettato l’ultimo posto ma ha anche benedetto Dio che glielo ha assegnato.

Illuminata dallo Spirito, ha capito che il Signore voleva da lei povertà e dolore per conformarla a Gesù povero e crocifisso e cooperare alla salvezza dei fratelli.

Genoveffa ha donato, quindi, i frutti della sua fede e del suo amore a Gesù Cristo, cioè i dolori fisici che offriva per la salvezza degli uomini : soffriva e offriva.

Allora, quale messaggio trasmette Genoveffa con la sua vita?

Innanzi tutto, la testimonianza della sofferenza, prima serenamente accettata e poi desiderata, invocata, amata, che diventa santificazione personale e redenzione comunitaria.

Come poteva una umana creatura rimanere per decine di anni -anche se non avesse avuto sofferenze-, inchiodata in un letto, senza ribellione dell’anima, conservando, invece, una perseverante rassegnazione al suo stato, sorridendo a quanti le si facevano intorno, incoraggiando chi si rivolgeva a lei sfiduciato dalla vita?

L’eroismo della sofferenza è anche eroismo della carità.

Genoveffa entra cosi nella schiera dei santi … martiri.

Una sofferenza la sua, non sterile ma fruttuosa e accettata con amore.

Cristo – ha scritto Paul Claudel – non ha spiegato il dolore, ma si è disteso sulla Croce.

Genoveffa non ha spiegato la sofferenza ma sosteneva  la sofferenza degli altri, prendendo su di sé il dolore.

La nostra presidente Anna ha scritto: “Più ci avviciniamo a Gesù Cristo più le spine delle Sua Corona ci feriscono. Genoveffa aveva disteso il suo corpo perché Cristo vi poggiasse il capo”.

16/10/2015

                                                                                                                                                                                                   (8. Continua)

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Martedì 13 ottobre: inizio lezioni sulla Costituzione Italiana

Sono presenti gli ospiti della Comunità e i volontari del Servizio Civile.

 

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1° ANNIVERSARIO DALLA SCOMPARSA DELLA PRESIDENTE

L'Associazione "Genoveffa De Troia" ricorda - a un anno dalla scomparsa- la sua presidente 

Anna Nicoletti Cusenza

il giorno 12 ottobre 2015 alle ore 17.00 nella chiesa dell'Immacolata con la celebrazione della SANTA MESSA.

 

 

A un anno dalla sua scomparsa, i volontari dell’Associazione “Genoveffa De Troia” ricordano la loro presidente Anna Nicoletti Cusenza.

“Quando la radice è buona,

anche i frutti sono buoni”

 

Anna, testimone di accoglienza

 

“Dio sogna e mette nei nostri cuori quei sogni per farli sentire nostri.

Dio ha messo nei nostri cuori uno dei più bei sogni che ha voluto donare alla nostra Associazione.

Oggi più che mai il cuore grande della Venerabile è aperto alla necessità del prossimo”.

Cosi scriveva la presidente Anna in occasione dell’apertura di una Casa Famiglia.

                                                                            ***

Gli ideali, quando sono veri, smuovono davvero le montagne, diventano attraenti  e portano a scelte di vita, importanti e durature.

Il suo grande sogno non si è spento ma è diventato il nostro.

I sogni, però, richiedono fatica.

***

Nel mondo del volontariato in Capitanata, Anna è stata una delle più grandi figure: una presenza positiva, illuminante e, soprattutto, creativa.

Una vita a servizio degli ultimi, una donna instancabile, con una profonda fede religiosa.

Ha dato testimonianza di come sia possibile avere grandi responsabilità e servire.

Una fedeltà alla famiglia e all’Associazione da sempre sognate, pensate e costruite giorno dopo giorno, anno dopo anno, e vissute fino alle estreme conseguenze, fino al sacrificio di sé, all’offerta della propria vita.

Senz’altro una questione d’amore.

Ma l’energia per esserne capaci?

La forza,il motore è in quel nome, Genoveffa con il suo “Tutto per Gesù” e “Come vuole Gesù!”.

Noi siamo certi che quando è arrivata davanti al portone della vita eterna, deve aver chiesto:”Ah, Signore, mostrami Genoveffa, devo chiederle se posso aprire -qui in Paradiso- una sede del suo Volontariato”.

***

È la fede a dare il motivo più autentico per vivere l’esistenza con un sorriso, anche nei momenti più difficili e dolorosi.

Anna accoglieva tutti, infatti, con il sorriso nonostante convivesse con il dolore fisico, negli ultimi anni persistente.

Sapeva guardare nel cuore di chi l’avvicinava e dare le risposte giuste, con un’attenzione che sanno avere solo le mamme; in particolare con i ragazzi e le persone in difficoltà che incontrava  in carcere o in associazione ed essi  -che cercavano una persona che li ascoltasse, che non li rifiutasse - avvertivano immediatamente questa sua disponibilità.

“Se Dio vuole” -usava dire, dopo che ce l’aveva messa tutta: in cuore, mente, impegno fisico fino allo stremo- “Se vuole Dio, le opere di Genoveffa si faranno!”.

Aggiungeva: “Se un progetto trova molti ostacoli, vuol dire che Dio lo vuole, se tutto fila liscio dobbiamo stare attenti”.

***

“Poco più che ventenne -racconta- varcai per la prima volta il cancello della Casa Circondariale di Foggia per una visita ai detenuti, in occasione del 50° di sacerdozio del cappellano p. Angelico da Sarno”.

Da allora, tutte le settimane  -per oltre 50 anni- Anna si è recata al suo appuntamento per ascoltare e aiutare le persone detenute, divenendo una “volontaria tra le sbarre”.

L’Associazione che Anna fonda nel 1985 nel nome di Genoveffa De Troia alla cui spiritualità il volontariato si ispira, opera anche in altri settori, in particolare in favore di minori a rischio con attività di sostegno per il recupero scolastico e di socializzazione e di minori stranieri fuggiti dai loro Paesi in guerra; in favore di famiglie disagiate e bisognose e, nella sede di Monte Sant’Angelo, di disabili mentali.

“L’Associazione deve andare avanti”! - diceva.

L’aveva sognata e pian piano realizzata tra speranze e delusioni, dolori e gioie, ostacoli e soddisfazioni guidata da una profonda fede e un cuore generoso.

La sua Associazione ora è diventata nostra, ce l’ha consegnata con amore perché accogliendola, potessimo continuare la sua opera aiutandoci gli uni gli altri.

Siamo un piccolo gruppo, un seme destinato a crescere in un terreno reso fertile dalla preghiera, dal sacrificio, dalla caparbietà, dall’aiuto di Dio.

Dobbiamo far crescere persone  -secondo l’esperienza della presidente- che abbiano la capacità di rispondere ai bisogni generando opere, in campo sociale, che si tratti di bisogni delle famiglie, di profughi, di carcerati, di chi vive disagi psichici.

La misericordia -ci ricorda il Papa- è il luogo in cui uno ritrova se stesso.

Il messaggio di Genoveffa è un messaggio di consolazione e di speranza,soprattutto, di misericordia.

 

 

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RICORDI E GRATITUDINE

Genoveffa non è morta nel cuore e nel ricordo di tante anime che formano la sua Famiglia Spirituale. Sono uomini e donne di ogni ceto che non sanno e non possono dimenticarla. Ebbero pareri, conforti, consigli e anche grazie per sua intercessione come sentirono, dalla sua vicinanza e nelle sue parole semplici e penetranti, il profumo delle sue eroiche virtù e il balsamo alle loro angustie morali e fisiche.

Queste anime sentono tuttora di avere in Genoveffa una potente ed efficace avvocata presso il trono di Dio, poiché lei stessa ha sempre promesso di pregare la Misericordia di Dio, ai tanti bisogni che affliggono l’umanità.

Sono questi fiori belli che la cara Venerabile Genoveffa, prediletta di Gesù nel dolore e nelle sofferenze atroci, fa piovere su quanti hanno fiducia nella sua intercessione.

Ed è per questo che il giorno 11 di ogni mese, data che ricorda quella del suo trapasso, dolce e trionfale da questa vita al premio eterno, la sua Famiglia Spirituale si riunisce la mattina nella celletta angusta di Via Genoveffa, dove, dopo la recita del Santo Rosario, alle ore 10.30 vi è la celebrazione della S. Messa. Alla sera, nella chiesa dell’Immacolata che conserva le spoglie della Venerabile, il Vice Postulatore p. Fortunato Grottola rievoca la bellezza delle virtù veramente straordinarie e superiori durante la celebrazione eucaristica.

Quella celletta, per Genoveffa fu il Calvario del suo atroce martirio sofferto con gioia e rassegnazione per 50 anni, e il tesoro più caro al suo cuore, perché è  lo scrigno d’oro dei suoi meriti infiniti. Fu sempre nella volontà di Genoveffa il fermo proposito che la celletta dopo la sua morte fosse ancora il piccolo cenacolo di amore e di conforto per le anime sofferenti in cerca di calma.

Ecco perché nel giorno 11 di ogni mese le persone devote a Genoveffa amano ricordarla e raccomandarsi alle sue promesse d’intercessione, rievocarla non più sul lettuccio del suo calvario, ma nella vera festa del suo spirito, il trionfo del dolore nella gioia eterna di Dio.

24/08/15

(7. Continua)

 

 

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GENOVEFFA, TERZIARIA FRANCESCANA

Genoveffa De Troia professò la Regola del Terz’Ordine francescano il 2 gennaio 1932, come risulta dal Registro della Fraternità di S. Anna (Foggia).

L’immagine che ci è più chiara, la raffigura con il librone della Regola tra le sue dita.

Quella figura tutta fasciata di bianco, seduta sul bianco lettino, con gli occhi a sguardo basso faceva pensare al cielo.

Genoveffa ci ha insegnato a vivere la Regola di S. Francesco, in modo perfetto cioè con integrale fedeltà, in ogni momento della giornata.

Sotto questo profilo Genoveffa può considerarsi la grande maestra di spirito del Terz’Ordine francescano della provincia dell’Arcangelo.

Genoveffa ci ha insegnato con la sua umiltà, con la sua letizia beata e serena sempre distaccata dal mondo, che non si può trovare la pace in Dio senza superare le prove a cui Dio  ci sottopone.

Questa la grande lezione di Genoveffa.

Chi è conforme alla regola, è conforme a Cristo, perché la Regola è Cristo.

Negli ultimi mesi precedenti la sua morte, al suo Direttore Spirituale p. Angelico da Sarno, Genoveffa diceva: “Io ho voluto seguire sempre e imitare il Serafico Padre S. Francesco, e vi ringrazio di avermi fatto figliuola del Terz’Ordine. Voglio morire povera e sofferente come S. Francesco e desidero che il mio cadavere sia vestito dell’abito Francescano che anime generose e Consorelle benefattrici mi hanno donato”.

Genoveffa De Troia volle appartenere alla grande Famiglia del Terz’Ordine della Penitenza, perché amava il Serafico Padre S. Francesco. Così ricorda l’avvenimento il suo direttore spirituale p. Angelico da Sarno (“Dal silenzio in un mare di luce”): “Conoscevo ormai profondamente l’ansia del cuore di Genoveffa. Fu vestita delle insegne francescane nel suo letto di penitenza e di preghiera in via G. Urbano nel 1931 da p.Ferdinando da San Marco in Lamis. Ormai era appagato il suo vivo desiderio. Il 2/1/1932, con una cerimonia intima e toccante, non priva di misticismo e commozione, nelle mie mani Genoveffa fece la santa Professione divenendo per sempre figliuola di S. Francesco”.

“Cercherò di essere una buona terziaria e di amare degnamente il Serafico Padre, di vivere nella perfetta letizia, nell’amore infinito al Cristo e al prossimo”.

La sua volontà e il suo desiderio furono esauditi in tutto.

Se Genoveffa avesse saputo scrivere, quanti pensieri di elevazione spirituale ci avrebbe lasciato. Era analfabeta. Scriveva eloquentemente con le sue parole e col suo dolore. I soli libri che sapeva leggere erano il Crocifisso, la Vergine Addolorata e S. Francesco d’Assisi. La meditazione e l’assimilazione di questi libri avevano fatto del suo bianco lettuccio un angolo luminoso di vita spirituale, a cui tanti cuori ricorrevano per una parola di conforto, un raggio di luce e di speranza.

A tanti anni dalla morte questa luce non è spenta, e la speranza della sua intercessione si accende in tanti cuori.

Genoveffa, anche se morta, parla ancora. 

 

  01/08/2015                                                                                                                                                                               (6. Continua)

 

 

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PADRE PIO E GENOVEFFA

Padre Pio e Genoveffa De Troia sono nati nello stesso anno, il 1887 e non si sono mai incontrati, se non spiritualmente.

Padre Pio, di Genoveffa, ammirava la missione e la generosità: pregare e soffrire, per salvare; che era pure la sua missione. Tramite pellegrini e figli spirituali, a  Genoveffa padre Pio non ha mai fatto mancare attestazioni di stima e consigli, che rivelavano l’alta considerazione che egli aveva di quell’anima.

Genoveffa era più sorridente del solito, quando vedeva nella sua celletta i pellegrini che tornavano da San Giovanni Rotondo dopo aver incontrato padre Pio.

Spesso i pellegrini rimanevano meravigliati nel sentire dalla bocca di Genoveffa le stesse parole che avevano sentito da padre Pio.

Genoveffa, in sintonia con padre Pio per l’amore al Crocifisso, e anche in frequente relazione tramite le anime che visitavano spesso l’uno e l’altra, come Gerardo De Caro fortemente legato a entrambi -, aveva fatto della sua vita di sofferenza l’olocausto per la riparazione dei peccati del mondo.

A p.Angelico da Sarno, per 25 anni direttore spirituale di Genoveffa, padre Pio riconfermava: “È un’anima bella! È un’anima santa”.

Ad un figlio spirituale che gli parla di Genoveffa, padre Pio dice: “Non è che una cima dello spirito, pronta a spiccare il volo per il paradiso dove pregherà per me e per te”.

Padre Pio, riferendosi a Genoveffa, la definiva “martire della sofferenza” e aggiungeva: “Genoveffa si stende sempre più sulla croce”.

Un giorno – riferiscono alcune sue fedeli visitatrici – Genoveffa si mostrò particolarmente felice. Raccontò di avere visto spiritualmente vicino al suo letto padre Pio: “Questa notte, mentre pregavo, ho sentito un profumo intenso che mi è penetrato fin dentro il cuore, un profumo strano e indefinibile: dalla mano di padre Pio ho visto sgorgare una goccia di sangue”.

Padre Pio, prima di andar via, lasciò cadere, sul candido lenzuolo, una “goccia di sangue”.

Nella cella ove padre Pio pregava e soffriva, sul comodino – con la statuetta fosforescente  della Madonna, immaginette sacre, due sveglie, un orologio -, vi era una piccola vita di Genoveffa De Troia.

17/06/2015                                                                                                                                                                                             5.continua

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L’immagine

Una piccola donna seduta sul suo lettino, il volto incorniciato da bende di lino che  le fasciano la fronte, una parte delle gote e tutta la gola, due occhi azzurri che tiene leggermente abbassati, come a proteggere un mistero e un segreto.

È in questa immagine che Genoveffa vive per sempre nel cuore di quanti l’hanno conosciuta e l’amano. Il modo più bello, poi, per testimoniare Genoveffa è quello di seguire il suo esempio nell’amore intenso, costante ed effettivo per i bisognosi, in particolare per i fanciulli e gli anziani. Materna senza essere madre, saggia senza essere nutrita di cultura Genoveffa dimostrò di possedere notevoli capacità nella comprensione e nel consiglio originate dalla frequentazione alla scuola della sofferenza e dalla Fede. Genoveffa  ha raggiunto una saggezza non scritta sui libri ma vissuta, che trasmette ogni giorno, attuando una solidarietà senza confini e senza tempo. L’esempio di vita di Genoveffa è sempre più punto di riferimento per chi soffre, prega, implora grazie.

Dalla celletta alla strada

Genoveffa rivive in spirito e continua ancora oggi la sua opera attraverso l’Associazione a lei intitolata. Genoveffa dal suo letto di dolore ha esercitato un fecondo apostolato, fatto più di opere che di parole. Quello che riceveva, lo donava ai poveri. Non c’è povero che ricordi di essere stato ricevuto da Genoveffa senza uscirne con qualcosa in mano e qualcosa di più prezioso nel cuore. L’Associazione opera, fin dalla sua costituzione (1985), soprattutto nell’ambito carcerario e nell’accoglienza , nelle proprie strutture, di minori a rischio e di ragazzi stranieri fuggiti dai loro Paesi in guerra, tutti con storie drammatiche alle spalle. Dal malato mentale nelle case di accoglienza al sostegno scolastico del fanciullo, all’insegnamento dell’italiano allo straniero; dal pacco viveri alle famiglie bisognose all’anziano solo, alla possibilità di usufruire di misure alternative alla detenzione, l’azione di Genoveffa continua, la sua mano, tramite la nostra, stringe e riscalda quella del fratello e della sorella, che sia di colore diverso, che parli un’altra lingua o pratichi un’altra religione. Ogni volta, come allora, oltre al conforto Genoveffa dà il suo messaggio d’amore. Cosi Genoveffa continua a “scrivere” la sua storia con le opere che sorgono e si sviluppano all’insegna del suo nome. 

 22-04-15                                                                      

                                                                                                                                                                                                                                                                                              (4. Continua)

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A Foggia Genoveffa ha vissuto in “una celletta angusta per clausura, dove io possa pregare e soffrire”.

Il visitatore che entra in quella ristretta oasi di pace ritrova, ancora oggi, il povero e rustico lettino, le poche cose e quei quadri, che furono oggetto delle sue particolari devozioni.

Chiunque si avvicina a quel lettino non può fare a meno di inginocchiarsi e baciarlo perché il pensiero corre a colei che seppe e volle sublimare il martirio del suo corpo, ricevendolo con gioia e rassegnazione dalla volontà divina. “Dono particolare di Gesù” Lei chiamava ogni dolore.

Le persone ricordano il cuore grande di Genoveffa aperto alle necessità del prossimo, disposta in ogni momento ad offrirsi vittima di inaudite sofferenze per dare pace e bene ai cuori affranti.

Il giorno undici di ogni mese, in ricordo della giornata anniversaria della sua morte, amiamo ritrovarci tutti, i lontani con la mente, accanto al suo lettino nella Celletta che Lei volle fosse di tutti perché tutti sentissero ancora alitare il suo spirito, sicuri che dal cielo veglia, prega e ci guida nel cammino da Lei stessa tracciato.

***

La qualità e la quantità di dolori fisici di Genoveffa a causa delle piaghe, delle cicatrici aperte, delle distorsioni delle membra ne facevano un Crocifisso vivente.

E quel crocifisso si trovava ubicato con il corpo nel quartiere più peccaminoso della città di Foggia. La casetta si trovava in via Briglia ed era circondata da numerose “case chiuse”.

P. Angelico aveva perplessità nell’acquisto, ma Genoveffa gli disse di volere una celletta all’interno della casa e avrebbe pregato per quelle anime affinché “tornino a penitenza”.

Genoveffa seppe capire l’importanza della sua sofferenza ai fini della riparazione delle colpe dei peccatori

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La “celletta” è visitata e frequentata non solo dai figli delle persone che la conobbero in vita ma anche da tanti desiderosi di pregare vicino al lettino di sofferenza che fu palestra di eroiche virtù e  impetrare grazie per sé e i propri familiari.

Genoveffa voleva che la celletta rimanesse, dopo la sua morte, cenacolo di preghiera, come era stata durante la sua vita.

Spesso ripeteva: “Quando verrete qui, sarò presente anch’io, in questa celletta mi sentirete vicina”.

23/03/15                                                                                                                                                                               (3-Continua) 

 

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Un'esistenza di gioia in cinquant'anni di sofferenza

IL CROCIFISSO, LIBRO DELLA VITA

Ai primi discepoli, scrive san Bonaventura, san Francesco mostrava loro come libro aperto il Crocifisso. Infatti, quando Francesco e i primi compagni andarono ad abitare in un tugurio abbandonato, al posto dei libri liturgici, che ancora non avevano, “leggevano ininterrottamente, sfogliandolo e risfogliandolo, il libro della croce di Cristo, giorno e notte, istruiti dall’esempio e dalla parola del Padre, che continuamente faceva loro il discorso della croce di Cristo” (cfr LegM IV, 3 FF 1067).

La beata Angela da Foligno, riferendosi a Dio-Uomo sofferente afferma: “ Egli è il libro della vita, alla cui lettura nessuno può avvicinarsi se non attraverso la continua preghiera. La preghiera costante, infatti, illumina l’anima, la trasforma” (da “Esperienza di Dio amore”).

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La sofferenza, in qualche modo, fa parte della vita di ognuno e dal modo in cui un uomo prende su di sé  la sofferenza come la “sua croce”, sorgono infinite possibilità di attribuire un significato alla vita, anche nei momenti più difficili, fino all’ultimo atto di esistenza. Il dolore come tale non è redentore. Lo stesso Gesù ha detto : “ Se è possibile, allontana da me questo calice”. La croce, senza Crocifisso, è legno maledetto (Dt 21,23). Il Crocifisso, nella prospettiva della Legge, è maledetto mentre, invece, è l’origine della benedizione di Dio ai credenti. Senza l’amore, il dolore è solo anticipo di morte.

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Come insegna Giovanni Paolo II, “esistono persone che lasciano dietro di sé come un sovrappiù di amore,di sofferenza sopportata, di purezza e di verità, che coinvolge e sostiene gli altri” (Incarnationis mysterium,10).

 

La Venerabile Genoveffa De Troia, analfabeta, non sapeva leggere nei soliti libri di devozione, ma si sentiva attratta e rapita leggendo e meditando il grande e divino libro del Cristo Crocifisso e di Gesù Ostia, Divino Amore: “ Gesù mi fa soffrire ma mi fa provare gioia immensa e indicibile quando è in me”.

Se fu sconfinata e ardente la sua devozione per Gesù Eucaristico, non diversamente lo fu per il Crocifisso, che lei volle di fronte al suo lettuccio per fissare continuamente il suo sguardo d’amore su Colui che per amore volle morire sulla croce: “Con gli occhi fissi, immobili al Crocifisso pregavo e imploravo il cuore di Gesù di ascoltare le mie preghiere, di farmi soffrire come lui aveva sofferto … quando ad un tratto sulla mia fronte apparve una piaga dalla quale cominciò a sgorgare del sangue. Il Signore mi aveva esaudita. Ero ormai certa che Gesù mi amava”.

Diceva, ancora : “ Le mie sofferenze sono dono di Gesù” e a Gesù Genoveffa chiedeva un altro dono: “ Signore, dammi la forza di soffrire, perché soffrire è pregare”.

Risalta in Genoveffa la coscienza di dover vivere la croce, cioè di partecipare alla morte di Cristo, e di condividere la risurrezione , facendo conoscere agli uomini questa salvezza che è stata donata a tutti : “Il giorno sono a disposizione delle anime che mi manda Gesù. La notte sono tutta per Gesù, a pregare e soffrire con Lui”, e aggiungeva: “ saper soffrire vuol dire saper amare Gesù; la mia lettura, il mio libro, il mio Maestro è solo il Crocifisso”.

2.Continua 

 

23/02/2015

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UNA MERAVIGLIOSA AVVENTURA

Non sarà facile accostarsi alle vicende umane di Genoveffa, proclamata Venerabile con decreto del 7/3/1992 da Giovanni Paolo II per avere Ella vissuto <<in grado eroico le virtù teologali Fede, Spernaza e Carità sia verso Dio sia verso il prossimo, nonchè le virtù cardinali Prudenza, Giustizia, Temperanza e Fortezza, e le altre connesse>>

                                                      ***

La morte segna quasi sempre un punto d'arresto: è la storia di ogni tempo e di tutti i giorni. Quando una persona cara muore, la sua immagine con gli anni diventa sbiadita. Il tempo pietoso allenta la morsa del ricordo e la vita continua. Alcuni sono appena ricordati con qualche titolo o con qualche lapide muraria. La storia insegna che sopravvivono solo le anime grandi che ebbero a fondamento la carità unita alla santità della vita. E si sviluppano quelle istituzioni che hanno alla base gli stessi ideali della persona cui si ispirano e fanno riferimento.

                                                       ***

Quando l'11 dicembre 1949 Genoveffa si spense a 62 anni di vita, dei quali 50 trascorsi tra le sofferenze più atroci, che Ella chiamava "doni del Signore", tutti erano sicuri che il suo nome non sarebbe stato dimenticato. I santi non muoiono. Genoveffa, che insegnava stesa su un letto a sorridere e gioire, oggi più che mai è viva e attuale perchè i suoi insegnamenti, se seguiti, potranno ridare la gioia di vivere e portarci alla conquista di una fede salda e incrollabile. Genoveffa, dal suo lettuccio ha sorriso, lei sofferente, a migliaia di sofferenti. Era analfabeta, i soli libri che sapeva leggere erano il Crocifisso, la Vergine Addolorata e san Francesco; soprattutto il Crocifisso era il libro che meditava e assimilava e il suo lettino diveniva una cattedra di vita spirituale, a cui tanti cuori ricorrevano per una parola di conforto e di speranza. In quell'angolo seminascosto di via Genoveffa De Troia continua la missione di Genoveffa, la quale, nelle opere di pietà e di solidarietà che si operano oggi dentro e fuori la sua celletta, parla ancora dal Suo letto di dolore alle anime che la incontrano. Quell'angusta stanzetta è fonte ispiratrice di molteplici iniziative di impegno sociale e caritativo. Genoveffa è dell'Ordine Francescano Secolare pietra preziosa, riferimento costante come esempio da imitare per quanti aspirano alla perfezione spirituale mediante l'accettazione delle proprie sofferenze. I francescani secolari, sull'esempio di Genoveffa leggendo quel libro, il libro della vita, Gesù Cristo crocifisso, impareranno "il perchè e il come vivere, amare e soffrire" (Costituzioni dell'Ordine Francescano Secolare, n.10).

                                                        ***

All'interno della Famiglia Spirituale, il 19 giugno 1985 nasce l'Associazione di volontariato che opera soprattutto nell'ambito carcerario e nell'accoglienza di minori a rischio e che riceve il riconoscimento giuridico il 6 aprile 1989. Così Genoveffa continua a scrivere la sua storia con le opere che sorgono all'insegna del suo nome.

17gennaio'15                                                                                                                                                                                                                              

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                             (1. continua)